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Luigi Pirandello: vita e opere

Dagli studenti, per gli studenti

Luigi Pirandello: vita e opere

20/06/2019 ARCHIVIO PIÙ DI 60 0

Luigi Pirandello nasce a Girgenti (odierna Agrigento) e segue gli studi letterari. Si stabilisce in seguito a Roma, dove incontra Capuana e la sua futura moglie (M. Antonietta Portulano). Il loro matrimonio è un matrimonio “di convenienza”, un evento autobiografico molto importante.

Nel 1903 l’azienda di famiglia fallisce: l’autore deve lavorare per sostenere la famiglia. Per oltre 20 anni, dunque, occupa la cattedra di stilistica a Roma.

La moglie è malata di schizofrenia, e Pirandello convive per quasi 20 anni con la sua malattia.

È ambiguo il suo rapporto con il fascismo: nel 1924 si iscrive al PNF, probabilmente per evitare contrasti con il regime a livello culturale.

Il suo pensiero ha forti influenze culturali, a partire dal verismo di Capuana per poi arrivare agli studi di psicologia di Binet, che teorizza la pluralità delle personalità. A questo si aggiunga il relativismo di Simmel (la verità non è oggettiva ma soggettiva) e la teoria filosofica di Bergson.

Egli sviluppa il tema della follia, elemento fortemente biografico, concepito però come una sorta di privilegio.

Partendo dall’esperienza decadente, la supera, e dà voce alla crisi dell’uomo moderno. La novità della sua letteratura è il teatro, che egli rinnova, soprattutto per quanto riguarda il linguaggio, che sorprende, lascia di stucco (differentemente dal teatro sentimentale e onirico precedente). Lo spettatore viene privato di ogni punto di riferimento, completamente spiazzato. L’intento è quello di obbligare ad uscire dalle convenzioni, obbligare a riflettere.

Pirandello definisce la sostanziale differenza tra comico (ossia avvertimento del contrario) e umorismo (sentimento del contrario). Il secondo porta necessariamente ad una riflessione, e quindi a pietà e compassione.

Produzione letteraria

  • Nel 1904 pubblica “Il fu Mattia Pascal” e nel 1925 “Uno, nessuno e centomila”
  • La fasi della sua produzione teatrale sono:
  1. 1910 – 1916: teatro verista (con grande attenzione anche al dialetto).
  2. 1917 – 1922: vera svolta: nuovo linguaggio teatrale, reazioni sconcertate di pubblico e critica; sono molti i capolavori in questa fase.
  3. 1921 – 1930: fase del metateatro, del “teatro nel teatro”: in queste opere vengono messi in mostra i meccanismi del teatro.
  4. 1928 – 1929: stagione dei miti, della ripresa della mitologia

Prima di Pirandello, il teatro borghese era sostanzialmente un teatro verista, teatro di poesia, del grottesco.

Temi fondamentali

Come affermava Bergson, la vita è un flusso continuo dominato dal caso. Tuttavia, l’uomo pretende delle certezze, delle forme fisse, per costruire un’identità. Solo le maschere, però, fanno parte del flusso vitale (che non si può interrompere, se non morendo). L’unico modo per sconfiggere le convenzioni è la follia.

Le forme sono sentite come delle trappole, di cui le due principali sono la famiglia e il lavoro.

La società moderna è come una pupazzata che isola l’uomo dalla vita, anche se in apparenza continua a vivere.

L’eroe pirandelliano si presenta dunque come un “forestiere della vita”, estraniato dalla realtà. La visione è molto differente da quella del Decadentismo, per cui l’uomo è il mondo: per Pirandello l’uomo non è nessuno.

Le sue novelle non vogliono concentrarsi su un’unica trama: il contenuto è volutamente caotico, nonostante si presenti in raccolte; riflette la sua concezione della vita, non impone una schematizzazione. Tuttavia c’è qualcosa che ricorre: le sue idee riguardanti la vita.

Il fu Mattia Pascal (1904)

Il fu Mattia Pascal funge da modello, sia da un punto di vista narrativo sia tematico, per la letteratura italiana del nuovo secolo.

Nuova, nel panorama italiano, è la figura dell’eroe, o meglio dell’antieroe, trattandosi del primo prototipo di personaggio inetto. L’originalità strutturale e stilistica consiste nel racconto retrospettivo (quando la storia viene raccontata, i fatti sono già accaduti), condotto in prima persona in una sorta di lungo monologo: Mattia Pascal è sia il narratore che rievoca i fatti con lo sguardo distaccato di chi ha ormai assistito alla conclusione della storia, sia il protagonista, avvinto e travolto dalla storia stessa.

DOC: “Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa”

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Il protagonista del romanzo, al termine di una vicenda assai travagliata, contraddistinta dalla pazza idea di “vivere” tre volte e “morire” due volte, conversando con l’amico bibliotecario don Eligio Pellegrinotto, espone le sue considerazioni sulla vita in generale, sull’evoluzione del genere umano dall’antichità ad oggi, e, in particolare, sulla condizione esistenziale dell’uomo moderno. La sua massima è: “Maledetto sia Copernico!”.

Uno, nessuno e centomila

L’opera è suddivisa in otto libri, a loro volta articolati in brevi capitoli. Il protagonista è Vitangelo Moscarda. A séguito di una banale osservazione della moglie (che gli fa notare come il suo naso sia leggermente storto), Moscarda comincia a interrogarsi sul modo in cui gli altri lo vedono, e scopre che ognuno ha di lui un’immagine differente. Per cercare di capire chi sia veramente, a prescindere dalle «centomila» proiezioni di sé che gli altri gli rimandano, Moscarda comincia a smontare sistematicamente queste immagini, sperando così di arrivare all’“unità” nascosta. Rimarrà amaramente deluso: alla fine del suo arduo cammino scoprirà che al di là dei centomila volti attraverso cui gli altri lo vedono, non si cela niente e «nessuno».

DOC: “Finale”

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Nelle ultime pagine del romanzo (libro VIII, capitolo IV dal titolo “Non conclude”) troviamo Vitangelo Moscarda nell’ospizio di mendicità, alla cui costruzione ha contribuito con i suoi averi; ha rinunciato anche al proprio nome, perché non vuole essere più nessuno. Gli resta un’ultima cosa di cui liberarsi: l’identità.

La pagina conclusiva del romanzo riassume il senso dell’ideologia pirandelliana, distruttiva nei confronti della società e critica fino al paradosso: il massimo di «nullità» finisce col coincidere con il massimo di libertà e di disponibilità dell’individuo verso una nuova dimensione spazio-temporale, fuori di ogni compagine sociale.

Le Novelle

DOC: “Il treno ha fischiato”

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Il signor Belluca è un impiegato obbediente, un contabile mansueto e preciso. Un bel giorno però inizia a comportarsi in modo insolito, al punto tale che i colleghi e il capoufficio, credendolo pazzo, insistono perché sia ricoverato in un ospedale psichiatrico. Neppure i dottori che lo hanno in cura riescono a comprendere il significato della frase che egli continua ostinatamente a ripetere: «il treno ha fischiato». Sarà il vicino di casa a spiegare il senso di questa strana follia.

Il racconto sviluppa il tema pirandelliano del contrasto tra realtà e apparenza, tra come veramente siamo e la nostra immagine esteriore. Questo conflitto tra «vita» e «forma» si esprime attraverso situazioni paradossali: gli altri vedono il protagonista in una dimensione “cristallizzata”, ma dietro questa forma (abitudini, lavoro) si nasconde il disagio, la sofferenza, uniti al desiderio di uscire da essa, di ricercare la propria autenticità. Di qui nasce il dramma dell’incomunicabilità: agli altri, Belluca appare come un pazzo, ma tale egli non è né si sente. Il fischio del treno arriva improvviso a illuminarlo, a rivelargli l’assurdità di quella sua esistenza non vissuta

 

DOC: “Una giornata”

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In questa novella Pirandello racconta in una giornata tutta la vita di un uomo che, all’alba di un nuovo giorno, si ritrova strappato dal sonno e buttato giù da un treno in una stazione che non riconosce. Il protagonista non ricorda perchè aveva preso il treno e perchè si trova lì, ma nemmeno cosa fa nella vita e chi è, ed è quindi in prenda ad uno stato di disagio e confusione. Non ricorda chi è ma le persone che incrocia lo salutano. Lui non si azzarda però a chiedere spiegazioni per non creare stupore. Nella tasca del proprio abito trova una fotografia di una giovine, che suppone essere la sua fidanzata, e un documento che va a cambiare in valuta in una banca che gli viene indicata dall’oste della trattoria presso la quale si reca per pranzo. Torna quindi all’osteria e quando ne esce nuovamente trova una macchina e un autista che lo porta a quella che dovrebbe essere casa sua, ma che lui proprio non riconosce. A letto trova ad accoglierlo la ragazza della foto e con lei si addormenta. Quando si sveglia la mattina lei però non c’è più. Guardandosi allo specchio l’uomo si vede molto invecchiato. Nel mentre lo raggiungono quelli che dovrebbero essere i suoi figli. Lui si stupisce di averli e suppone siano nati il giorno prima, quando era ancora giovane. Lo fanno coricare a letto perchè deve riguardarsi ed in quel momento fanno la comparsa anche i suoi nipoti mentre quelli che sono i suoi figli cominciano ad invecchiare sotto i suoi occhi, con qualche filo d’argento che compare tra i loro capelli. Il protagonista pensa sia uno scherzo, uno scherzo in un sogno.

La novella è intessuta di una sensazione di angoscia e inquietudine poiché il protagonista è smarrito e spaventato dal fatto di non sapere chi è e di non ricordare nulla del mondo che ha intorno.

Concetti chiave: tema del viaggio, la perdita della memoria, l’azione devastatrice del tempo, il problema dell’identità e dell’estraneità.

 

DOC: “Tu ridi!”

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Il protagonista è un modesto impiegato cui è morto l’unico figlio; ha una moglie sempre piena di malanni, che lo rimprovera perché ride nel sonno (è molto gelosa del marito). Il signor Anselmo non sa il perché delle sue risate notturne, dal momento che non ricorda i sogni, perciò può solo pensare si tratti di vicende divertenti, che la sua psiche crea per compensarlo dello squallore della sua esistenza diurna. Ma ecco che ricorda un sogno: vede se stesso riflesso come in uno specchio nell’immagine dell’impiegato comicamente punzecchiato dal bastone del capoufficio. Anche nel sonno la realtà si duplica, è riflessa.

Nel corso della narrazione si sviluppa il legame tra il tema del riso e la poetica dell’umorismo. L’autore non si ferma all’aspetto comico di quelle risate notturne, ma fa emergere il loro significato nella vita penosa del protagonista, fino al crollo dell’ultima illusione: il «sentimento del contrario» induce nel lettore pietà e comprensione nei confronti del signor Anselmo, che in sogno ride anche se non ne ha alcun motivo.

 

DOC: “La carriola”

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Il protagonista è uno stimato professore di diritto che nasconde un segreto svelato alla fine.

Tecnica narrativa di Pirandello: suscitare interesse, svolgere la narrazione presentando il carattere del protagonista in modo problematico, sciogliere l’enigma attraverso lo svelamento del segreto.

L’effetto comico è dato dalla sproporzione tra l’aspettativa del lettore e la vera natura del segreto del professore.

Il protagonista non può comportarsi che in quel modo in quanto avvocato ma il giocare con la cagnetta come se fosse un bambino rappresenta un momento di evasione.

La forma ha sempre avuto il sopravvento sulla vita, sul flusso naturale e spontaneo della vitalità.

 

DOC: “La patente”

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La patente, scritta da Pirandello (1867-1936) nel 1911, entrò a far parte della raccolta Novelle per un anno nel 1922. La paradossale vicenda ruota intorno a Rosario Chiàrchiaro che, ritenuto iettatore, persona capace di portare sfortuna e disgrazie, vuole il riconoscimento giuridico della «forma» attribuitagli dagli altri, una «patente» appunto. La situazione appare comica, ma il giudice D’Andrea, a cui Chiàrchiaro si rivolge, naturalmente non ride e, compresa la dolorosa condizione dell’uomo, gli esprime con un forte, lungo abbraccio il proprio sentimento di rispetto e solidarietà.

 

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