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Italo Svevo: vita e opere

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Italo Svevo: vita e opere

31/03/2020 ARCHIVIO PIÙ DI 60 0
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Biografia

Il vero nome di Italo Svevo è Aaron Ectror Schmitz. Nasce a Trieste nel 1861 da una benestante famiglia ebrea, mentre la scelta del suo nom de plume è un chiaro omaggio alle sue origini. All’epoca, Trieste non apparteneva ancora al territorio italiano, ma all’impero Austro-Ungarico. Si trattava di un crocevia di culture diverse: quella italiana, quella tedesca e quella slava.

I protagonisti dei suoi romanzi sono personaggi importanti da un punto di vista psicologico. In particolare, prendiamo come riferimento i seguenti:

  • Alfonso Nitti, protagonista de “Una vita” (1893)
  • Emilio Brentani, protagonista di “Senilità” (1898)
  • Zeno Cosini, protagonista de “La Coscienza di Zeno” (1923)

Ci sono grandi riflessi autobiografici in questi tre personaggi: sono tre uomini incapaci di affermare se stessi, di vivere; sono degli inetti.

Tuttavia, c’è un’evoluzione nell’analisi della figura dell’inetto, alla fine della quale si giunge ad una consapevolezza dell’inettitudine come condizione privilegiata che permette di conoscere gli altri.

Avviene attraverso questa evoluzione un ribaltamento tra la visione borghese di una vita realizzata e il modo di vedere le cose dell’inetto, considerato folle. Egli , al contrario, coglie la malattia dei sani: tentando di risolvere le proprie nevrosi, comprende di non poter risolvere nulla, ma di poterci tuttavia convivere.

Dal 1880 fino al 1899, Svevo è costretto a lavorare come bancario. Le sue aspirazioni letterarie sono coltivate di conseguenza da autodidatta: si interessa perciò al pensiero degli intellettuali senza sistematizzarlo in schemi precostruiti.

Muore nel 1928, in seguito ad un incidente stradale.

Le influenze sul pensiero

È fondamentale nel 1907 l’incontro di Svevo con James Joyce (Svevo aveva bisogno di lezioni d’inglese). Joyce lo incita infatti a continuare a scrivere, ed è l’unico entusiasta della pubblicazione de La Coscienza di Zeno. Forte del supporto dell’amico cerca di pubblicizzarlo; solo Montale però ne scrive una critica in Italia.

La sua letteratura e quella di Joyce sono molto diverse: mentre Joyce tenta di riprodurre gli schemi a-logici del pensiero, Svevo (soprattutto ne La Coscienza) racconta la mente umana in maniera schematica. La novità Sveviana è nell’assenza di un’impostazione cronologica.

È importante anche il rapporto con la psicoanalisi, considerata un modo per indagare la psiche umana, ma non per curarla.

Una vita

Il romanzo, dal titolo iniziale “Un inetto“, è ambientato a Trieste (importante crocevia di tre culture) ed ha come protagonista Alfonso Nitti. Come “Senilità”, anche questo è un grande insuccesso per Svevo. La scrittura è ancora ottocentesca: risente delle influenze delle sue letture (sono presenti per esempio grandi descrizioni come accade in Zola).

Senilità

Malgrado il titolo, il protagonista, Emilio Brentani, è un giovane uomo. Si innamora di Angiolina (una donna che contrariamente al suo nome rivela di essere rozza), che preferisce il suo amico a lui.

Il titolo del romanzo fa riferimento al modo di vivere di Emilio che si sente come se fosse sempre stato vecchio, emarginato fin da subito.

Anche questo romanzo rispetta ancora canoni tipicamente ottocenteschi.

La coscienza di Zeno

Questo romanzo è diverso dagli altri due: il narratore è interno (è lo stesso Zeno), ed è quindi inaffidabile. L’opera rappresenta una sorta di spartiacque: svanisce l’eco naturalista e ci si proietta all’interno del romanzo psicologico.

“Prefazione del Dottor S”

(clicca qui per il testo)

Nel testo sono chiarissimi i riferimenti a Freud (a partire dalla stessa lettera che connota il dottore, “S” come “Sigmund”), come il riferimento al transfert e alla psicoanalisi come cura.
Viene subito messo in mostra l’impianto autodiegetico dell’opera e l’inaffidabilità delle parole che stanno per essere riportate: sono infatti le parole dello stesso Zeno.

“Il rivale e la proposta di matrimonio

(clicca qui per il testo)

Zeno ha conosciuto al Tergesteo, la Borsa di Trieste, Giovanni Malfenti, un abile uomo d’affari che ha iniziato a proteggerlo e lo ha introdotto nella sua ricca casa.

Per diversi mesi Zeno frequenta la moglie e le quattro figlie del ricco commerciante: Ada, Augusta, Alberta e la piccola Anna (curiosamente, il nome di ogni ragazza inizia con la “a” in opposizione all’ultima lettera dell’alfabeto con cui inizia il nome di Zeno, che lo interpreta quasi come un segno del destino).

Si innamora di Ada, la più bella, e non si accorge che Augusta a sua volta è innamorata di lui. Nel brano che segue, tratto dal quinto capitolo, Zeno approfitta di un momento in cui è solo con Ada per farle finalmente la sua dichiarazione d’amore. Ma la ragazza lo respinge.

Ecco allora che sposta la sua domanda di matrimonio dapprima su Alberta infine proprio su Augusta, che mai avrebbe voluto sposare.

Il finale

L’ultimo passo è diviso in due momenti: nel primo il protagonista afferma di essere finalmente guarito; nel secondo viene a concretizzarsi una visione apocalittica di tutta l’umanità.

L’idea che l’inettitudine non sia una malattia ma una condizione privilegiata è qui evidente (ribaltamento dei concetti di malattia e sanità).
Le affermazioni forti di Zeno sono altrettanto fortemente inattendibili.

Viene sottolineata la concezione sveviana della psicoanalisi: non è in grado di curare.

 

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