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Giolitti e l’età giolittiana

Dagli studenti, per gli studenti

Giolitti e l’età giolittiana

24/09/2020 APPUNTI 0
Giovanni Giolitti

Il XX secolo si apre in Italia con il governo Giolitti, un’amministrazione tanto innovativa quanto controversa. Per comprenderne punti di forza e ambiguità, è necessario partire dalla fine del secolo precedente.

PREMESSE: LA CRISI DI FINE SECOLO

Il periodo tra il 1896 e il 1901 viene comunemente chiamato “crisi di fine secolo”: si tratta di un periodo di profonda crisi politica e istituzionale che ha investito l’Italia. La caduta del governo Crispi, causata dagli insuccessi coloniali, determinò il ritorno di Rudinì e dunque del fronte conservatore. Nel 1898 un aumento del prezzo del pane fece scoppiare rivolte in tutto il Paese, seguite da una dura repressione  da parte del governo Rudinì. Questa raggiunse il culmine nei moti di Milano, dove il generale Bava Beccaris fece uso dell’artiglieria, causando circa cento morti e centinaia di feriti. 

Riportato “l’ordine” nel Paese, conservatori e moderati cercarono di porre basi legislative alla repressione da parte delle forze dell’ordine: il progetto di Rudinì venne scartato e, caduto il governo, il generale Pelloux lo ripropose, ma l’ostruzionismo da parte dei gruppi di estrema sinistra ebbe l’effetto di far sciogliere la Camera e arrivare alle elezioni.

Nel 1900 i socialisti guadagnarono parecchi seggi e il re Umberto I si rese conto del fallimento della politica repressiva, di cui era stato grande sostenitore. Nel luglio 1900, il re cadde vittima di un attentato da parte dell’anarchico Gaetano Bresci, e gli succedette il figlio Vittorio Emanuele III.

IL DIBATTITO SOCIALE

A questo punto in Italia le principali correnti politiche e sociali sono:

  • i conservatori che guardano con preoccupazione alle rivolte contadine e operaie, sono contrari agli scioperi che, nel loro pensiero, indebolirebbero la società;
  • i liberali che esaltano il valore della libertà e dell’iniziativa economica individuale, chiedendo allo stato di astenersi da ogni intervento nel campo dell’economia;
  • i socialisti sostenitori della tesi secondo cui una società più giusta possa nascere solo dalle rivolte sociali dei ceti più oppressi;
  • la Chiesa, la quale condanna sia il socialismo sia il libero mercato, invitando imprenditori e lavoratori ad abbandonare lo scontro e a realizzare una collaborazione pacifica.
L’ETÀ GIOLITTIANA

Nel febbraio 1901 il re Vittorio Emanuele III, favorevole all’affermazione di forze progressiste, chiama alla guida del paese il leader della sinistra liberale Giuseppe Zanardelli, il quale affida al liberale Giovanni Giolitti il ministero degli Interni. 

Dal 1903, con le dimissioni del governo precedente, Giolitti viene scelto come primo ministro, e da quel momento inizia il periodo noto come “età giolittiana”. È un periodo compreso tra il 1903 e il 1914, in cui Giolitti non governa in modo continuo, dimettendosi quando la situazione politica diventa critica e lo scontro inevitabile.

Innanzitutto, Giolitti era convinto sia di compiere azioni a favore delle masse, approvando riforme liberali, sia di non creare malcontenti all’interno dei partiti nazionalisti. Tuttavia, finì per essere criticato da entrambe le parti. Giolitti viene accusato di trasformismo, a causa di questo atteggiamento volto ad accontentare tutti e a non identificarsi mai nettamente con un partito.

IL DECOLLO ECONOMICO

Il primo Novecento vede il decollo dell’economia industriale, principalmente nei settori siderurgico, meccanico ed elettrico. Lo sviluppo si concentra principalmente nel cosiddetto triangolo industriale (Torino, Milano e Genova), causando un doppio problema: da una parte il sovraffollamento delle città e il conseguente sorgere di nuovi disagi per la popolazione; dall’altra una forte disuguaglianza tra Nord Italia e Mezzogiorno. Quest’ultima è anche oggetto di critiche riassumibili nella celebre espressione “il doppio volto di Giolitti”. L’accusa è quella di adottare un diverso atteggiamento nei confronti di Nord Italia e Sud Italia, democratico e aperto nel primo caso, conservatore e corrotto nel secondo.

IL “DOPPIO VOLTO”

Nel Settentrione Giolitti non reprime gli scioperi e favorisce le associazioni dei lavoratori, giustificando queste scelte con l’affermazione che non esista un vero pericolo rivoluzionario. Aumenta inoltre i salari, regolamenta il lavoro femminile e minorile, viene creato l’INA (Istituto Nazionale Assicurazioni) e riorganizzata la Cassa Nazionale per l’Invalidità dei Lavoratori. A questo si deve aggiungere la creazione di trafori, l’estensione della rete ferroviaria e dell’idroelettricità, oltre a opere di bonifica e irrigazione che, insieme, favoriscono il benestare di quell’area geografica.

La situazione nel Mezzogiorno è differente, essendo l’area completamente abbandonata ancora ai latifondisti ed impregnata di corruzione e clientelismo. Giolitti viene accusato di considerare il Sud Italia un serbatoio di voti, poiché controlla le elezioni, avvalendosi dei prefetti, delle forze dell’ordine e dell’appoggio della criminalità organizzata. Riguardo agli scioperi non agisce come al nord, ma fa intervenire forze di polizia per reprimerli, causando diverse vittime. Questo atteggiamento gli valse l’appellativo di “Ministro della malavita”, coniata dello scrittore Gaetano Salvemini.

LA POLITICA COLONIALE

Un’importante parentesi dell’età giolittiana è la ripresa della politica coloniale in Libia, tra il 1911 e il 1912: l’obiettivo è quello di inserirsi tra le grandi potenze coloniali mondiali, aumentando, di conseguenza, il prestigio coloniale e assecondando la maggior parte dei gruppi industriali. In realtà la conquista della Libia si rivela un fallimento dal punto di vista delle risorse presenti sul territorio (che Salvemini definisce uno “scatolone di sabbia”); inoltre l’Italia pensa di poter contare sull’appoggio dei libici, i quali, vista l’aggressività dei soldati italiani, decidono di schierarsi con gli Ottomani, allungando i tempi dell’intervento.

LA LEGGE ELETTORALE E IL PATTO GENTILONI

In corrispondenza con la guerra in Libia, nel 1912 il governo approva una nuova legge elettorale che garantisce il suffragio universale maschile: possono votare tutti i cittadini maschi che hanno compiuto 30 anni e coloro che ne hanno più di 21 e sanno leggere e scrivere o hanno prestato il servizio militare. Il sistema di voto rimane maggioritario (come stabilito dalla precedente legge del 1891), ma la riforma ha una conseguenza importante: ampliando il corpo elettorale, viene garantita una maggiore partecipazione politica. 

La nuova legge elettorale è una dimostrazione della linea politica “pendolare” di Giolitti: da un lato accontenta i socialisti, a cui sarebbe probabilmente andato il voto delle masse, ma dall’altro suscita la riprovazione dei liberali, che difficilmente avrebbero avuto il consenso popolare. 

Dal rischio che i socialisti potessero vincere le elezioni nacque il cosiddetto “patto Gentiloni”, stretto tra i liberali e Vincenzo Gentiloni, presidente dell’Unione Elettorale Cattolica Italiana. Questo accordo politico prevedeva che il partito liberale mettesse a disposizione dei seggi per i candidati cattolici e che i liberali sostenessero battaglie che non fossero in contrasto con le ideologie dei cattolici. L’accordo consentiva quindi alle masse cattoliche di votare i liberali e, allo stesso tempo, permetteva di arginare l’avanzata socialista e limitare il non expedit (la disposizione della Santa Sede per cui i cattolici non potevano partecipare alle elezioni, in vigore fino al 1919). In effetti, nel 1913 le elezioni saranno vinte dai liberali, anche se i socialisti raggiungeranno un buon numero di voti e si affermeranno con decisione sullo scenario politico.

IL PRE-GUERRA E LA FINE DEL GOVERNO GIOLITTI

Gli anni successivi sono caratterizzati da fermenti politici ed eventi dirompenti. Nel 1914 Giolitti lasciò il governo a Salandra, proprio mentre in Europa scoppiava la Prima Guerra Mondiale. Tra il 7 e il 14 giugno dello stesso anno il nuovo Primo Ministro dovette affrontare la cosiddetta “settimana rossa”, un’ondata di insurrezioni propagatasi nelle Marche, in Romagna e in Toscana a seguito dell’uccisione di alcuni manifestanti ad Ancona ad opera delle forze dell’ordine. Salandra seppe gestire la situazione in maniera oculata, evitando una repressione massiccia e riportando l’ordine nel Paese.

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