fbpx

Dillo con un meme

Dagli studenti, per gli studenti

Dillo con un meme

07/04/2021 News 0

III Guerra Mondiale, schiaffo del papa alla fedele orientale, Brexit, Covid-19, elezioni americane, assalto a Capitol Hill, crisi di governo: gli eventi degli ultimi quindici mesi hanno segnato la storia, ma nella memoria di molti, a sentirli nominare, torneranno i meme che ne hanno diffuso la notizia. Mentre infatti la realtà riportata da un giornale ci dà angosce e preoccupazioni, internet filtra la stessa attraverso il linguaggio memetico e permette di riderci sopra.

Alcuni ritengono che sia una comunicazione frivola e superficiale, eppure non è più possibile parlare della società e della comunicazione contemporanea senza parlare di meme. Ma che cos’è esattamente un meme?

Il meme come un gene

Il termine meme viene dal greco “mìmema”, “imitazione” e a coniarlo è stato Richard Dawkins, nel suo libro “Il Gene Egoista”, pubblicato nel 1976. Il meme è una minima unità culturale, ossia un’unità di informazione umana per molti aspetti simile al gene, e che pertanto viene trasmessa all’interno di una società e di una cultura. Ma non per via biologica. Meme sono infatti idee, stereotipi, mode, immagini e parole, che si adattano ad un contesto sociale e aumentano la propria diffusione tramite una continua replicazione da parte dell’individuo, che filtra il “meme primario” con la propria soggettività.

La definizione di Dawkins è stata discussa, ampliata e ridotta da numerosi antropologi e biologi, poiché il processo di replicazione e la sua influenza sulla mente umana non sono state descritte con dati ed esperimenti e pertanto in molti dubitano dell’aspetto scientifico di tale teoria. Eppure bisogna ammettere che la cultura ha una ripercussione sugli individui e che oggi essa si trasmette principalmente online.

Ovviamente il termine “meme” indica un insieme esteso, che comprende qualsiasi comportamento, immagine, espressione che possa evolversi e diffondersi attraverso l’imitazione. Ed è proprio qui che troviamo i nostri meme, che non nascono dalle homepage di Instagram, ma hanno, proprio come dei geni, i loro antenati.

Lo sviluppo memeologico

Non sembrano essere oggetto di studio, eppure ci sono già stati storici che hanno trovato dopo lunghe ricerche gli antenati dei meme social. Tra bassorilievi antichi e tavolette dell’arte medievale, sino alle prime vignette giornalistiche e alle raccolte di stampe, la quantità di esempi è sbalorditiva. 

Uno dei più celebri è “Kilroy was here”, un graffito diffusosi durante la Seconda Guerra Mondiale tra le truppe di alleati come buon augurio. Vi è rappresentato un personaggio calvo dal grosso naso pendulo, nato dalla penna del fumettista George Edward Chatterton prima degli anni Quaranta. Noto come “Chad”, era l’amato protagonista dei quotidiani inglesi utilizzato per la satira dei razionamenti e della mancanza di mezzi di trasporto.

Fu però durante il conflitto mondiale che iniziò a diffondersi anche al di fuori dei confini britannici, grazie a James J. Kilroy, ispettore del cantiere navale americano. Integrandolo con la didascalia “Kilroy was here”, quest’ultimo se ne servì per controllare il lavoro dei rivettatori della marina: ogni volta che una nave era pronta a salpare, vi tracciava sopra la vignetta. E ben presto i soldati iniziarono a copiarla su apparecchiature, palazzi, casse di trasporto. Kilroy era ovunque, tanto che – si racconta – quando Hitler lo vide su delle apparecchiature sequestrate, pensò fosse il nome di una spia statunitense, mentre durante la conferenza di Potsdam nel 1945, vedendolo grafitato sul Palazzo Cecilienhof, Stalin chiese chi fosse quel Kilroy. Non poteva sapere che “quel Kilroy” era il primo fenomeno virale che presto avrebbe preso il nome di meme.

Il meme, rinnovato

Passato dall’analogico al digitale, il meme non ha cambiato solo la forma, ma anche il veicolo di diffusione e lo scopo. D’altronde, Internet e in particolare i social hanno aumentato la resistenza di questi particolari geni culturali, permettendo loro di raggiungere nel 2016 un trend di ricerca massima che non è più diminuito. Tale viralità è determinata anche dall’elemento partecipativo: chiunque può creare un meme, diffonderlo e contribuire al bagaglio culturale informativo, sentendosi così connesso a chi lo condivide, lo commenta o lascia un like.

Il meme è uno strumento di comunicazione di massa che mette tutti sullo stesso piano, provocando una risata anche laddove è più difficile. Ne sono un esempio i meme dell’impresa funebre Taffo, che affrontano con leggerezza e maliziosità il tema tabù della morte a scopo di marketing. Qui chi ride non dimentica la battuta, chi si scandalizza non scorda l’offesa e in entrambi i casi l’impresa ha raggiunto il proprio obiettivo.

L’era dei meme

Taffo non è l’unica agenzia a fare uso di quello che oggi si chiama “meme marketing” o “memevertising”. Ceres, Durex, Gucci e General Electric sono solo alcune delle aziende che di recente si sono accorte che il pop up pubblicitario o il post sponsorizzato non riuscivano ad attirare l’attenzione dei clienti, in particolare dei più giovani. Pertanto hanno inventato una nuova strategia digitale che integri alla perfezione la pubblicità con il contenuto dei social, e questa si basa proprio sul format del meme. Virale, divertente e citabile da chiunque, il meme può raggiungere un target più variegato e anche negli aspetti negativi trova terreno fertile per riprodursi ed espandersi.

“Memepolitics”

Se gli esperti parlano già di meme marketing e memevertising, probabilmente presto si sentirà parlare di “memepolitics”. Negli ultimi anni, in effetti, il meme ha cominciato a dominare anche nell’ambito dell’informazione politica. Protagonista in questo senso è la generazione Z, cresciuta con Internet e con i social, che si è avvicinata alla maggiore età e in alcuni casi l’ha pure raggiunta e superata.

Entrare nel mondo della politica, districandosi nell’infodemia degli ultimi anni, infatti, è stressante e scoraggiante (se non impossibile), soprattutto per ragazzi che non hanno la possibilità di discuterne in famiglia o a scuola. Tremila post su Facebook, due miliardi di tweet, tre milioni di immagini su Instagram: tutto in un solo giorno, senza contare che tra queste il 57% delle notizie sulla politica sono fake news, spesso volutamente esagerate ed allarmanti. Pertanto la futura generazione ha risposto al surplus di cattive notizie con un meme e una leggera risata. 

Questo atteggiamento non è sinonimo di frivolezza o superficialità, ma l’unica risposta possibile ad un mondo che spaventa e di cui si teme di non poter cambiare nulla. Trasformare un discorso omofobo in un inno LGBTQ, la crisi di governo in uno sticker Whatsapp e l’attacco a Capital Hill in una reaction pic è il modo in cui fronteggiare la realtà senza scontrarcisi. D’altronde, “Scherzando si può dire di tutto, anche la verità” disse Freud, e forse ormai non c’è altro modo in cui poterla dire, se non con un meme.

Alessia Priori