Vincent van Gogh è un pittore olandese, tra i più importanti del Novecento. Nel corso della sua vita realizza quasi novecento dipinti e più di mille disegni, oltre a innumerevoli appunti e schizzi incompiuti. La sua arte accompagna e riflette la sua difficile condizione psichica, passando per il Post-Impressionismo e aprendo le porte all’Espressionismo.

La biografia di Van Gogh

L’infanzia e la formazione

Vincent van Gogh nasce nel 1853 a Zundert, nei Paesi Bassi, figlio di un pastore protestante. Il giorno della sua nascita, il 30 marzo, coincide con l’anniversario della morte del fratello Vincent Willem, da cui prende il nome, nato morto l’anno precedente. A riguardo, il critico Rainer Metzger ha commentato come «fin dal primo giorno la vita di Vincent fu segnata da una triste coincidenza. Numerosi psicologi, per contro, non mancarono di sottolineare che questo bambino, in un certo senso, era venuto al mondo nell’anniversario della morte di suo fratello e videro in ciò la radice dell’inclinazione dell’artista al paradosso». Infatti, la vita di van Gogh è segnata dal malessere psichico: soffre di attacchi di panico e allucinazioni (condizione peggiorata dall’assunzione di alcol) che lo portano a compiere atti di violenza, fino addirittura a tentare il suicidio.

Van Gogh frequenta la scuola per qualche anno, apprendendo diverse lingue e l’arte del disegno; tuttavia per il suo rendimento scarso e per problemi economici deve abbandonare prima di terminare gli studi. Così nel 1869 Vincent inizia a lavorare presso una nota casa d’arte (la filiale de L’Aia della Goupil & Co): è in questo periodo che inizia la fitta corrispondenza con il fratello Théo. Nonostante differenti visioni dell’arte e del mondo, i due hanno un fortissimo legame: Théo, mercante d’arte, sosterrà economicamente Vincent per anni e la loro corrispondenza durerà per tutta la vita. Questa sarà poi raccolta nell’epistolario noto come Lettere a Theo e rappresenterà uno strumento prezioso per ricostruire la vita di Vincent.

Dalla religione all’arte

L’esperienza presso la casa d’arte porta Vincent a Bruxelles, poi a Londra e Parigi, dove rimane affascinato dalla bellezza della città e dal suo fervore culturale. Però poco dopo van Gogh viene folgorato da una ricerca di tipo spirituale e nel 1875 torna in Olanda per frequentare un corso trimestrale di evangelizzazione e predicare la Bibbia ai minatori. Tuttavia la sua lettura del Vangelo è troppo radicale e questo lo obbliga ad abbandonare questa esperienza, fallimento che lo porta a cadere in una depressione da cui uscirà solo grazie all’arte: inserirà all’interno delle sue opere la sua predicazione radicale, mostrando solidarietà verso i lavoratori sfruttati in una condizione ingiusta.

Così è solo verso il 1881, a quasi 30 anni, che van Gogh inizia a dipingere (le sue opere più conosciute sono quelle dipinte tra il 1888 e il 1890, anno della sua morte), chiedendo al fratello Théo di vendere alcuni dei suoi quadri. Tuttavia le sue opere non hanno mercato: sono troppo espressive. Van Gogh risponde al rifiuto con furia sempre crescente, a causa della sua condizione mentale sempre più compromessa (per molto tempo si è pensato che si trattasse di schizofrenia, le ultime ipotesi parlano di disturbo bipolare).

Da Parigi ad Arles

Nel periodo che segue (indicativamente fino al 1887) Vincent si reca nuovamente a Parigi dove conosce impressionisti e post-impressionisti e questo lo conduce a cambiare la sua tavolozza con cieli cobalto e gialli luminosi; inoltre si avvicina alla cultura giapponese. Ma Parigi è anche la Parigi della perdizione: serate, prostitute, assenzio, alcolici. Van Gogh inizia a vivere questa vita notturna che sollecita continuamente i suoi sensi, provocando una rapidità maggiore nello sviluppo della sua malattia. Così nel 1888 Théo trova al fratello una casa ad Arles, in Provenza: Vincent ha bisogno di sole, di pace e di allontanarsi dal caos della vita urbana.

Qui convive per due mesi con l’amico Paul Gauguin, due mesi che per van Gogh sono molto prolifici e in cui subisce l’influenza stilistica di Gauguin. I due litigano per questioni banali, ma anche per questioni artistiche: van Gogh, realista convinto, rimprovera all’altro di essere troppo visionario, mentre l’arte deve essere concreta; Gauguin invece rimprovera a van Gogh la sua tecnica pasticciata. Forse è anche questa una delle ragioni da cui scaturisce il litigio definitivo che porta Gauguin alla fuga e van Gogh a tagliarsi l’orecchio.

Da Saint-Rémy alla morte

Vista la condizione critica, Théo si preoccupa e chiude l’esperienza di Arles. É l’inizio del 1889 quando Vincent decide di spostarsi per sua volontà nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence, dove ha la possibilità di dipingere anche di notte, essendo per lui la pittura indispensabile. La condizione di van Gogh però continua a peggiorare, tanto da provare a suicidarsi ingerendo colori velenosi (in una crisi ingerirà un tubetto di colore a olio giallo, tentativo di aggrapparsi alla concretezza delle cose e idea del colore del sole come rassicurante).

Pochi mesi prima della sua morte van Gogh lascia Saint-Rémy per raggiungere il fratello a Parigi per poi stabilirsi in una locanda a Auvers-sur-Oise, villaggio vicino alla capitale francese dove abita un medico amico di Théo. Una sera, dopo essersi recato nelle campagne limitrofe per dipingere come suo solito, van Gogh rientra sofferente nella locanda e si rifugia nella sua camera. Quando il proprietario sale, preoccupato, lo trova disteso sul letto sanguinante: van Gogh confessa di essersi sparato un colpo di pistola allo stomaco in un campo vicino.

Muore poco dopo, nel 1890, con in tasca una lettera non spedita rivolta a Théo dove aveva scritto: «Vorrei scriverti molte cose ma ne sento l’inutilità […] per il mio lavoro io rischio la vita e ho compromesso a metà la mia ragione».

Le opere di Van Gogh: dalle prime opere al post-impressionismo

I mangiatori di patate (1885)

Nella prima fase della produzione artistica di Van Gogh (fino al 1887) il suo interesse si concentra sul pittore realista Jean-François Millet (1814-1875). In lui vede il messaggio che vuole trascrivere ovvero la grandezza, la dignità, la dimensione mistica e morale delle persone ai margini della società. Così van Gogh comincia a ritrarre i contadini e le loro attività con monumentalità, ma anche a produrre delle copie di Millet.

I mangiatori di patate, in particolare, viene inviato da van Gogh al fratello con una lettera piena di dettagli cercando di far comprendere l’importanza di quest’opera (tuttavia non troverà acquirenti), mettendo in luce la sua estenuante ricerca di verismo e concretezza.

Autoritratto con cappello di feltro grigio (1887)

Nel 1886 van Gogh arriva in una Parigi dove sta finendo l’Impressionismo e si sta sviluppando il Neo-Impressionismo. Rimane folgorato dall’Impressionismo che si andava esaurendo e la prima cosa che fa è schiarire la tavolozza con colori puri e brillanti e contrasti tra primari e complementari. Un’altra cosa che lo colpisce è il virtuosismo della pennellata impressionista. Tutto questo è evidente nell’Autoritratto con cappello in feltro grigio, dove la pennellata materica precedente è sostituita da una pennella più disciplinata, sempre veemente e d’azione, ma controllata.

Qui il pittore realizza un autoritratto per analizzare se stesso. È il primo di tanti: Van Gogh segnerà ogni sua fase con un autoritratto, tra cui il più celebre è quello con l’orecchio tagliato. La molteplicità dei suoi autoritratti riflette il suo tentativo di osservarsi da fuori, di vedere cosa vedono gli altri e allo stesso tempo di fissare com’è lui veramente, come cristallizzazioni di un io che sembra sfuggire.

Ritratto di père Tanguy (1887)

Il soggetto del ritratto è un commerciante di colori parigino, molto amico di van Gogh. Il tratto è lo stesso del suo precedente autoritratto: le pennellate sono insistite, reiterate, direzionate. Tanguy è posizionato in modo iconico, quasi bizantino, e viene ritagliato su una parete di fondo dove van Gogh ha appeso una serie di stampe giapponesi in suo possesso e fonte d’ispirazione.

La più importante è quella che rappresenta il Monte Fuji in quanto indica una sorta di santificazione, di rappresentazione celeste di quest’uomo così importante per van Gogh, in cui trova un padre e un sostegno. La trascrizione delle stampe è giocata sulla forte componente materica del colore e sulla sintesi delle forme, ma ponendo attenzione nella costruzione delle proporzioni, al taglio e alla dimensione.

Le opere di Van Gogh: il periodo di Arles

La casa gialla (1888)

Quest’opera fa parte del periodo di Arles, assolutamente sereno e positivo. Descrive fiducia verso il futuro attraverso cieli cobalto intensi, un forte contrasto tra caldi e freddi e colori che risultano quasi complementari.

Il ponte di Langlois (1888)

È una serie di dipinti in cui van Gogh rielabora il tema del ponte giapponese. Si mette all’aria aperta e cerca di immortalare la dimensione di questo ponte e l’acqua in una trascrizione serena del vissuto del pittore, che riusciva a produrre velocemente dipinti molto pregevoli per questa sua fase assolutamente positiva.

La camera di Vincent ad Arles (1888-1889)

Si tratta di tre dipinti che raffigurano la camera di van Gogh dentro la “casa gialla”. C’è una forte presenza di colori luminosi e in contrasto, la prospettiva è scivolata sul piano verticale e quindi accelerata: tutto sembra scosso violentemente da un terremoto emotivo, che deriva da un senso di precarietà e inquietudine; un tormento latente, anche se nella descrizione è serenissimo.

Il risultato è visionario, legato al sentire di van Gogh che è dissonante rispetto a quello degli altri: percepisce diversamente rispetto all’essere umano comune. In questo van Gogh vuole essere realista, ma diventa il padre dell’espressionismo.

La berceuse (1888)

Doveva essere la moglie del postino di Arles e secondo van Gogh doveva collocarsi tra due vasi di girasoli: per l’artista questo doveva rappresentare un trittico come inno alla vita e alla maternità. La donna siede su quella che era la sedia di Gauguin, che si riconosce spesso nell’arredamento della pittura di questo periodo.

È chiara l’influenza dello stile di Gauguin nella dimensione ornamentale dello sfondo (dove inoltre ritorna la cultura nipponica). Al contempo si riconoscono il modo di utilizzare il colore di van Gogh e la sua pennellata ancora fiammeggiante, direzionata, materica e gestuale, indicativa del suo stato delirante, del suo essere, del suo sentire e del suo modo di fare arte. Questi modi d’essere contrastanti sono una delle ragioni per cui van Gogh e Gauguin litigavano spesso.

Autoritratto con l’orecchio bendato (1888)

In questo ritratto van Gogh è molto dimagrito, il volto è più affilato, gli occhi incavati. La pennellata ha una cadenza regolare, non è più fiammeggiante in diverse direzioni. Tutto ciò indica l’abbattimento morale dell’artista che si ritrae con bendatura dopo essersi tagliato l’orecchio in seguito a un litigio con Gauguin. Si osserva e cerca di trascrivere ciò che vede e ciò che sente, cercando di aggrapparsi alla sua immagine cristallizzata.

Altre opere importanti di questo periodo sono: Il caffè di notte, Terrazza del caffè la sera, Notte stellata sul Rodano (tutte databili 1888).

Le opere di Van Gogh: l’ultimo periodo (da Saint-Rémy alla morte) 

La notte stellata (1889)

Questo dipinto viene realizzato durante il periodo in cui van Gogh si trova all’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence. Ha ottenuto la possibilità di uscire a dipingere perché si comprende che per lui la pittura è una terapia, un modo per tenersi ancorato alla realtà e presente a sé stesso.

Durante una di queste sessioni notturne l’artista rappresenta la notte stellata sul paesino di Saint-Rémy. Si tratta di un esempio di come la percezione di van Gogh in quest’ultima parte della sua vita si faccia sempre più visionaria, distante dalla realtà e mediata dal suo stato emotivo: tutto ondeggia e non c’è più una dimensione contemplativa, ma tutto percorso è dal dinamismo.

La pennellata è gestuale tanto che è possibile capire il gioco del polso dell’artista, dove appoggia e dove stacca il pennello. Trascrive il movimento meccanico, febbrile, tremolante di fronte all’immensità della natura. I cipressi hanno una dimensione fiammeggiante, anelano verso il cielo: acquisiscono un valore simbolico di quiete, memoria, eternità (dimensione che van Gogh ricerca).

La chiesa di Auvers (1890)

È interessante notare come i cieli delle opere di van Gogh rispecchino il peggiorare della sua condizione psichica; qui minaccia una tempesta, qualcosa di inquietante. Alcuni hanno voluto leggere in questo dipinto la poetica del paradosso nell’accostare un cielo notturno a un prato con luci diurne; probabilmente per van Gogh è la conseguenza del suo sentire visionario.

Si tratta di una chiesa gotica vista dal profilo absidale; come la chiesa, anche la donna dà le spalle al pittore. Probabilmente si tratta della metafora di una riflessione amara sul fallimento della sua missione da evangelizzatore e di creazione di una famiglia (la donna con cui avrebbe potuto farlo lo aveva abbandonato, preferendo tornare a fare la prostituta). L’inquietudine cresce fino a far muovere l’architettura come se fosse un essere organico, palpitante, respirante. Le strutture gotiche sembrano sciogliersi al di sotto di questa percezione amara.
La dimensione simbolica è evidente anche nei due sentieri: non si sa dove portino e van Gogh è incapace di scegliere, come se fosse paralizzato.

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